lunedì 12 dicembre 2011

.. a - e - i - o - u - ipsilon ..

Vorrei accodarmi pure io. Poche chiacchiere. Piacerebbe anche a me accodarmi al trenino di quelli che si tengono i fianchi e in modo alternato, prima da una parte e poi dall'altra, allungano la gambetta cantando "lasciatelo lavorare" "deve fare cose che nessuna forza politica può fare". Ci penso un pò su e mi continua a stonare quest'ulitima frase.. Perchè una forza politica non può fare quello che si deve fare? Perchè? Per paura di essere impopolare? Per paura di perdere la poltrona? Non mi ricordo che nei programmi elelettorali, nelle adunate oceaniche per contestare il capoccia di turno si sia mai fatto riferimento alla necessità di conservare il culo al caldo di un bel velluto rosso. Non ricordo proprio. E non ci riesco proprio. Nei primi giorni ci ho anche provato ma poi era troppo .. Come ti puoi accodare al trenino se alzano l'iva e tasse sulla benzina? Come si può avere fiducia quando si sceglie sempre e solo la strada più facile? Come si può star zitti quando la strada più facile non solo viene imboccata senza pagarne un prezzo elettorale? Quando, non solo viene venduta per quella più difficile perchè vuol dire sacrifici, ma si preferisce prendere uno a tutti piuttosto che cento da chi ha milioni e milioni? Come puoi avere fiducia quando tutto questo avviene nel silenzio assordante di quelli che uno vota per far si che questo non avvenga? Perchè siano a baluardo dei torti o degli interessi o solo dei sogni di quella fetta della popolazaione che gli ha donato il caldo di quel rosso velluto per quattro anni? La miopia. intesa come difetto della vista che determina la difficoltà nel mettere a fuoco da lontano. La miopia di non capire che questo porterà ad una crescita zero. Porterà alla morte della domanda interna. Porterà alla contrazione dei consumi, solo in un primo momento compensata da un'abbassamento dei prezzi per invogliare all'acquisto. Da politiche commerciali aggressive, di prezzi al ribasso. Prezzi abbassati ma certo non riducendo i margini di guadagno ma i costi di produzione. E come li abbasi i costi di produzione? A martellate? A capocciate? Come quelle che dà la gente in fila a migliaia sulle vetrate fino a romperle? Perchè dall'altra parte c'è lo smartphone della vita (certo, vita programmata.. fino al prossimo aggiornamento). O forse li abbassi spostando la produzione nei paesi dell'Est europeo dove la stessa auto costa moooolto di meno? O nel Est asiatico dove la stessa vita vale moooooooolto di meno? E allora tu felice che paghi di più la benzina e ti rode che ti hanno rimesso l'ici (ma pensi "tanto già ce l'avevo.."). Che a scuola non vuoi i rom ma i tuoi figli sono essi stessi senza fissa dimora costretti a migrare da una classse all'altra per carenza di personale. Che sei in cassa integrazione però eri tanto bravo a fare l'auto in Italia ma altri sono almeno bravi come te e costano molto meno se la fanno fuori dall'Italia. Che hai sentore che sì, qualcosa è cambiato nel tuo stile di vita, ma ancora non si è proprio manifestato perche ti imbuffi all'inverosimile. Che però sei contento perchè tra quei mille fortunati con il plasma nel salotto a cento euro ci sei pure tu. Tu, se vuoi, accodati pure al trenino. Canta pure, che magari sei pure convinto che le cose con questa purga cambieranno. A casa mia se non hai non spendi. Che vuol dire due cose. Che se non hai non puoi consumare e di conseguenza produrre.. e non è l'uovo e la gallina.. viene prima la capacità di spesa, sicuro. E che dove hai sempre speso ora è il caso che la smetti. La strada facile si è voluto percorrere. Quella corta e dritta. Dritta perchè fa cassa subito. Corta perchè alla fine c'è che uno si stufa e si siede per terra ad aspettare lo shopping degli altrui paesi e multinazionali e banche e assicurazioni. Quella lunga che passava per aumentare la spesa della vecchietta al mercato (e NON creare altri enti inutuili per decidere come redistribuire le ricchezza) non si è voluta percorrere. Quella che passava attraverso una riduzione di quei balzelli che la povera genete deve pagare per forza .. neanche erogare soldi ai Comuni .. solo ridurre le tasse sulle utenze, sulla benza, sui trasporti pubblici.. (anche riconoscendo poi i soldi ai Comuni, ma solo dopo). Ecco. Quello sarebbe stato un modo.. Tagliare inutili missioni all'estero sarebbe stato un altro. Tagliare spese di rappresentanza un altro ancora. Ridurre da d'ufficio le consulenze esterne di tuttti gli enti a partecipazione pubblica un altro ancora. E pazienza per chi ne viene a soffrire. Che se facciamo tutti i bravi e prendiamo la medicina la febbre passa. Ma questa era la strada lunga.. che per definizione è faticosa, ma almeno porta lontano. Stasera niente trenino. Scusate, se per voi va bene, mi siedo da una parte e faccio tappezzeria.

mercoledì 16 novembre 2011

La "voce" che in macchina non senti..

L'altro giorno ho bucato con la bici. E neanche sotto casa. Anzi è successo esattamente nel punto più lontano da casa di quello che doveva essere il mio giro di allenamento. Ritornando mesto ho avuto il tempo (molto) per riflettere su alcune cose. Primo: che ben nascosta la Natura è davvero tutto intorno a noi anche dentro un metropoli. Ad esempio le immagini della tragedia di Genova non sembrano più così lontane se sei andato a piedi sopra il Tevere in questi giorni. In macchina mica la senti la “voce” del fiume. Che rende molto chiaramente cosa voglia dire quella massa d'acqua tutta insieme e tutta addosso. Che non sai. E non sai anche perchè mica capita tutti i giorni; mica è come il mare che ti vengono a salvare i bagnini. E non sai cosa fare. Proprio come in mare. Quando le onde, la corrente, che tu se entrato per giocare con i cavalloni e loro cominciano a tirati più forte di quanto tu riesca a nuotare. Secondo: che 'sta città è sempre meno a misura di pedone e tanto meno di ciclista. Altrimenti non si spiegherebbe perchè sono costretto ad addobbarmi come un albero di Natale, in pieno giorno, per tornare sano e salvo a casa. Terzo: mi sa tanto che stavolta provo a remare contro e la rete non la uso per chattare ma per trovare un tutorial (un video, un'istruzione) per la manutenzione (tutta, non solo la gomma) della bici e i trenta-cinquanta-cento euro del riparatore o del Grande Negozio Di Articoli Sportivi me li tengo io e li tiro fuori dal circuito marcio...Magicabula! E me li spendo per una cosa che ancora non so fare, fino a quando non decido di imparare anche quella.. e alla via così.
Certo, così il gioco non è a risultato zero.
Certo, così finisce che ci guadagno io.
Certo, così ci perde il PIL (che invece guadagna con un palazzo costruito nell'alveo di un fiume).
Ma il PIL non è il benessere.
E la fine delle risorse e l'incazzarsi della natura sembrano darmi ragione.

martedì 15 novembre 2011

Farsi prendere per mano per attraversare la strada..

Alla fine l'ho pensata così. Non che io creda che 'sto governo non sia rappresentativo dei "poteri forti". Non è questo. Non lo sarà meno di quello che va a sostituire. Che agli esordi doveva far marciare la locomotiva Italia finalmente secondo i dettami dell'efficacia e dell'efficienza. Come una vera grande azienda. Dove le persone, i cittadini, i lavoratori si sentissero parte di un progetto più grande (quelli del nord -con quello loro "piccolo" di progetto-  come quelli del centro e del sud). Dove il premio per tutti erano le partite del Milan e i talk show e i decoder di ultima generazione e l'offerta del multicanale. Dove avremmo ottenuto la parità di trattamento tra alunni delle scuole private e quelli delle scuole pubbliche (avvantaggiati questi ultimi da anni di elargizioni al sistema Scuola come le meravigliose infrastrutture sparse in Italia stanno a dimostrare - e mi mordo le mani per non citarne almeno una .. ). E non dimentichiamo -NON DIMENTICHIAMO- il sogno dell'indipendenza energetica. Non credo che il primo pensiero di questo governo non sia rassicurare gli investitori internazionali. Non credo che se ci sarà da rinforzare e puntellare non sarà il sistema bancario e finanziario a beneficiarne. Non credo questo. Ma voglio credere una cosa. Voglio credere, e lo voglio fortemente, che sia un governo che conosca almeno a grandi linee l'importanza di quello che si chiama mercato interno. Certo vorrebbe a quel punto dire che darebbe la giusta importanza alla capacità di spesa dei suoi cittadini, dei suoi "governati". E di lì ad una qualche politica di redistribuzione della ricchezza il passo è breve e consequenziale. Ecco. Non è che uno si aspetti tutto insieme bonifici a cascata nei conti correnti di tutti coloro che hanno un stipendio minore di tot euro al mese. O che non lo hanno affatto. Ma mi piace sognare di una conferenza stampa in cui si ammetta il reale dato sulla disoccupazione in Italia. Del dato depurato dai contratti a tre mesi, a sei mesi, a un anno. Mi piacerebbe che almeno si avesse la faccia tosta di presentarsi e ammettere che ad entrate incerte corrispondono uscite incerte, e quindi consumi incerti. Questo vale per la ragioneria di qualunque stato figurarsi per casa mia. Sogno inoltre che almeno si metta mano a quei privilegi che renderebbero ancora più odiati i sacrifici della povera gente. E che lo si facesse in maniera retroattiva. Sogno che non si dica non aumentiamo le tasse e poi  le scuole sono fatiscenti e allora paghi quelle private, e poi le strutture comunali sono fatiscenti o pericolose e allora paghi piscine e cyclettes. Non sono tasse anche quelle? Non si riduce anche così il potere d'acquisto? Il massimo sarebbe il coraggio di rimediare ai torti. Rimediare al destino a cui sembra destinata la scuola pubblica, magari -MAGARI- controllando ogni singolo euro investito, ma  crederci ancora. Il massimo sarebbe il coraggio di non sprecare ancora soldi per professionalità inesistenti, consulenze inesistenti, sedi decentrate inesistenti, missioni inesistenti. Siamo un popolo capace, se serve, di risparmiare. Ma non per vedere gli altri spendere il nostro sacrificio. Chi è capace di risparmio non indugia facilmente nello spreco. Nè tantomeno lo tollera. Ecco. Alla fine forse sarebbe sufficente che si smettesse di sprecare. Forse sarebbe sufficente un manipolo di anziani e severi professori troppo noiosi per essere tentati da facili lusinghe; e che messi davanti a faccendieri e intrallazzini opponessero il rigore della funzione pubblica, della legge e del bilancio. Governanti slegati dal "io ti do questo se tu mi dai quello". Che fossero estranei anche solo per un breve periodo alle logiche dei salotti e degli inciuci. Che valutassero con occhio attento la rete di collaboratori che sopravvive da anni e sopravviverà a questa legislatura. Che anche solo per un breve periodo faccia vedere alla gente cosa si può fare per loro con una seria e trasparente gestione dello Stato. Che poi la gente se lo ricorda. Ecco. Certo, è un pò farsi prendere per mano per attraversare la strada, lo so. E so anche che lascia un sapore triste in bocca. Poi, ma questa è un'altra storia, arriverà forse la possibilità di sceglierci i governanti. Per ora no. Non siamo abbastanza adulti.

martedì 8 novembre 2011

Il prezzo del biglietto..

Che cada o che non cada questo governo, che i topi abbandonino la nave o affondino con essa, su  tutto una domanda: quanto ci è costato? Ma non in termini di soldi in investimenti sbagliati, in condoni facili, in opere faraoniche poi gettate alle ortiche per esigenze di visibilità internazionale. Quanto ci è costato disinteressarci di politica, del destino del nostro paese, dell'ambiente in cui viviamo. Quando veniva istituito un sistema elettorale dove io voto una "corrente di pensiero" all'interno della quale mi posso trovare ministro una ex soubrette, dove comunque io regalo carta bianca al capo di turno sulla scelta (e quindi l'investimento in soldi, benefits, e assicurazioni sanitarie varie) delle persone che siederanno nei rami del Parlamento dove eravamo? Il Parlamento dove vanno gli eletti. Cioè gli scelti durante una elezione e non da chi ha fondato una  "corrente di pensiero". Quanto pagheremo il fatto che 'sto sistema permetterà il sopravvivere -per chissà quanto- di parassiti e parassitismi. Il sopravvivere di favori e privilegi che fanno tanto a botte con la realtà di un paese nel fango (a proposito non ho visto lor signori indossare galosce ultimamente..); che pure i tedeschi ed i francesi da un rapido confronto con i "loro" costi dello Stato han chiesto ad altri di finanziare il tombino che siamo diventati. Pure otturato. E' tutto lì il problema. Se tu vuoi che chi prende le decisioni non ne risponda, se chi riporta le notizie non abbia la libertà di farlo o la convenienza a farlo (o peggio l'abbia a non farlo) ti stai concedendo il lusso di abitare nel Paese dei Balocchi. Ci si fa pure una gita ogni tanto al parco giochi con la famiglia, ti costa un pò ma è un'esperienza. Ma mi mica ci eleggi domicilio, perchè lo sai che non è la realtà e perchè pagare il biglietto tutti i giorni ti costerebbe troppo. Ecco, noi invece abbiamo scelto di farlo e il nostro biglietto si chiama oggi tassi di interesse troppo alti, ieri più costi per meno servizi, e comunque sempre impoverimento culturale.. che non ti si svegli mai il cervello e ti renda conto che hai scelto una residenza che non ti puoi permettere. Che forse manco ti vorresti permettere, visto che la Jacuzzi non sta in casa tua ma in caso di chi gestisce i tuoi sacrifici. Ecco, la domanda è: quanto ci costerà l'esser diventati ignoranti? Quanto l'esser diventati pigri, fisicamente (quando c'era da scendere in piazza e pacificamente riempire le città per far "vedere" il voto che non avrebbero avuto più) e mentalmente (quando c'era da leggere un giornale e soprattutto da usare internet non solo per dire "mi piace" e l'oroscopo del giorno ma anche per "cercare la notizia" e "farsi un pensiero proprio")? Sveglia! Il postino sta per suonare alla porta con la bolletta! E i soldi son finiti, o stanno sempre nelle solite tasche. E di sicuro non sono le nostre.

domenica 6 novembre 2011

Quelle due kilocalorie in più che sono in meno..

Proviamo un esercizio di pura speculazione intellettuale. Lo andremo a chiamare "la rivoluzione dolce". Facciamo per esempio che da domani tutti noi ci svegliamo dieci minuti prima per cercare un posto alla nostra auto che non sia sulle strisce o su un passaggio (uno dei pochi) per disabili. Vediamo se tanto basta per non farci fare multe da ausiliari del traffico. Traffico che permette il sopravvivere degli ausiliari medesimi. Ergo ausiliari di loro stessi. Vediamo inoltre se cambia qualcosa nella nostra giornata investendo due kilocalorie nel cercare di non sbranare il nostro interlocutore-vicino-cliente-superiore. Vediamo se a conti fatti, malgrado un primo momento in cui forse non sarà così, il nostro livello di stress non finisca per diminuire. Almeno nel lungo periodo. Perchè.. sapete.. non è che dobbiamo per forza stirare le zampe a quarantanni vittime di un infarto. A questo punto ci starebbe bene anche il pane fatto in casa e il sugo come lo faceva la mi nonna, ma rendendomi conto che il traffico di cui sopra ci frega un paio di ore al giorno di vita anche qui il nostro investimento iniziale potrebbe risultare molto oneroso. Tuttavia alla lunga pagherebbe perchè stanno già pagando i nostri figli una alimentazione fatta di merendine, succhi di frutta, pizzette e pasti fuori orario. E non ci si faccia ingannare da libri  e trasmissioni in voga dove si spiega come rendere alta una cucina a base di surgelati. Ma poi si finirebbe per parlare di come alla lunga convenga pure fare la spesa dal contadino -e ci sono, sissignore- piuttosto che in un super iper mega dove la frutta e la verdura stazionano x tempo dopo aver passato molto altro y tempo in cella frigorifera. Continuando l'esperimento ci si renderebbe conto che tutti i nostri sforzi naufragherebbero miseramente qualora la nostra lungimiranza incontrasse chi sdraia foreste per fare autostrade. O renda difficile anche il solo farsi una cultura  indipendente. Ma. Ma il cambio delle regole del gioco avviene anche e soprattutto perchè siamo in un mondo dove tutto si compra e si vende. Dove si spostano miliardi e si rivedono scelte nel momento in cui gli acquirenti smettono di comprare. C'è l'espressione diretta della volontà popolare ed è quella che si fa nell'urna refendaria -e solo in quel caso- e quello indiretto che si fa tra gli scaffali del supermercato. Attenzione però, lo stato delle cose non è scemo e tra le scelte sugli scaffali mette solo roba che va bene a lui, che permette il suo sopravvivere. E' quando uno va fuori, esce dal ristorante, beve l'acqua di rubinetto, che i conti smettono di tornare. Fino a quel momento lo stato delle cose non muta. E' come l'aquilone. Svolazza nel cielo e tutti guardano lui, ma è giu a terra che si tirano i fili. E' giù a terra che se la mamma chiama che è pronto in tavola si molla tutto. Essere delle pile fa incazzare ma esserne coscenti cambia qualcosa. Cambia che se decidi domani di staccare il morsetto la tua energia te la spendi per te. Invece di andartene al cinema a cadenza mensile (perchè uno studio di marketing ha deciso che il tal film non può uscire a ridosso di quell'altro) organizzi una serata tra amici. E i conti smettono di tornare. Invece di comprare la merende di tuo figlio perchè dentro c'è il gadget che adrà a finire tra tre mesi dritto nella pattumiera, gli fai pane burro e marmellata perchè cresce meglio e quei soldi te li tieni. E a te i conti cominciano a tornare. Facciamo per esempio che se uno parlando esprime un parere miope su dove sta andando 'sto paese uno glielo dice che forse è il caso di aprire gli occhi. Gentilmente e nel ripetto dell'altrui opinione, ma glielo dice. E non pensa "tanto così fan tutti", perchè è proprio pensando 'ste stronzate che un posto così bello è diventato così brutto. E lo abbiamo fatto noi. Facendoci lobotomizzare da merendine, veline, calcio strapagato, case stravalutate (che però l'affitto è da poracci - quando poi i veri ricchi tra un pò saranno quelli che se lo potrarno ancora permettere), mp3, mp4, mp quel che vuoi tanto dentro ci ascoltiamo musica usa e getta, macchine digitali che ci fanno il bilanciamento del bianco levano gli occhi rossi e scattano 3-5-8 fotogrammi al secondo. Che diventiamo tutti Newton! E non buttiamo nulla. E giù a comprare sistemi di archiviazione per foto che non guarderemo più e di cui non ricorderemo l'esistenza. Basta. Magari adesso basta. Adesso, magari -e come si diceva solo per puro esercizio intellettuale- prendo un libro (vecchio-non spinto-non di moda-non da blog) e me lo leggo. Ci butto sotto una colonna sonora da vinile e la ascolto (davvero) con tutti i sfruscii e recupero quelle kilocalorie che ho investito stamane per trovare un parcheggio che non abbia costretto nessuno a rischiare la vita. Che alla fine vale più di così.

giovedì 3 novembre 2011

Acchiapparella contro Carte Gioco..

Acchiapparella contro Carte Gioco. Neanche due punti di vista diversi. Tantomeno due diverse scuole di pensiero. Più due stati della mente. Uno in cui, in piena libertà (per quanto concesso dalle meravigliose e funzionali infrastrutture di cui ai giorni nostri le cittadine si dotano), decidi che in un dato momento per un dato periodo di tempo puoi regalarti lo sforzo di allungarti, di provarci, di tentare di prendere l'amico..anche solo di toccarlo. Si badi qualunque direzione questo decida di prendere. Qualsivoglia pensiero o inventiva questo decida di investire nel gioco.. tu dietro.. tu lo acchiappi o non lo acchiappi. Lo prendi o non lo prendi. Cambia lo stato ma non cambia nulla. Lui sarà sempre il tuo compagno di classe e allo stesso tempo il fuggitivo. Tutto e il contrario di tutto. E in mezzo la storia, la narrazione.. tu sei il principe e lui il ladro dei gioielli della corona.. tu sei un drago che sputa fiamme e lui un cavaliere errante.. Facile dire che c'è la fantasia, c'è l'azione, c'è l'attività fisica. Facile ma vero. Ma soprattutto c'è quello che non c'è nei duemila diversi tipi di Carte Gioco in vendita oggi. C'è la storia che non c'è. C'è che se lui scarta all'improvviso tu finisci lungo per terra. C'è che lui lo può fare e non è stretto detto gli angusti limiti di un numero X di potere in attacco o uno Y di potere in difesa. Perchè il suo X e il suo Y dipendono da quanto c'ha voglia di farsi prendere, da quanto è riposato, ed in ultima analisi se ha già fatto o meno merenda. La storia è tutta da scrivere e la Fantasia è chiamata a farlo. Una Carta Gioco ha la storia scritta dentro o poco fuori, e la Fantasia al massimo sta nel trovare il modo di farsene comprare altre.

giovedì 27 ottobre 2011

L'aggregazione spontanea..

Si potrebbe dire che c'è stupore. Ma così non è. Inutile tirare in ballo anche l'amarezza che da un bel po' ha smesso di dare un tono agre ma se non altro vivo a queste notizie tristi. E di notizia triste si tratta, questo è certo. C'è solo da incupirsi al pensiero della mezz'ora di ritardo a lavoro causata oggi dal desiderio importante di avere una lavatrice a meno di cento euro. Ma poi in fondo come non esser vicini (anche un po' invidiosi) a chi riesce a spuntare l'affarone per il sogno tecnologico da tanto agognato? Quel portatile che non si poteva proprio vivere senza, o l'ennesima macchina fotografica digitale che magari manco quella del telefonino sfruttiamo al meglio delle sue potenzialità. Certo che ottomila persone sono proprio tante! Che bel rito collettivo! Che meravigliosa aggregazione spontanea! E pensare che l'hanno anche definita imprevedibile. Che una coda di così tanta gente già alle cinque del mattino proprio due domande due non te le fa nascere in testa.. O forse il fatto che alcuni si erano dotati di sacco a pelo ha fatto nascere il sospetto che si trattasse di “indignados”? Forse è stato proprio quello.. che tanta era la paura di una pacifica invasione contestatrice che non si è dato il giusto peso al legittimo desiderio del telefonino nuovo. Al suo magnetico potere simbolico. Al suo infinito valore intrinseco (qualcuno ricorderà Guzzanti e l'aborigeno australiano). Che non si sia pensato poi che se uno dorme dalle cinque davanti ad un negozio, difficile che poi prenda le sue cose e vada a casa quando questo sta per aprire i battenti. Ma questa è la leggerezza e la follia dell'animo umano che tutto vede e nulla comprende. Certo ottomila sono proprio tante persone.. Almeno ottomila desideri che a questo punto spero siano stati soddisfatti. Ottomila sono circa un sesto di quelli che erano in un piccolo paesino del Riminese a rendere omaggio a uno che io manco conoscevo ma mi sembra proprio fosse una bella persona. Ma quel che colpisce sono quelli che non potendo entrare in quel piccolo paesino (dove, pensa tu, si erano pure organizzati!) per non creare problemi ma esser comunque vicini alla famiglia hanno deciso di salutare il loro eroe in un autodromo. Lontani ma vicini. Gente che magari si son presi il loro bel giorno di ferie e han portato in dono un sentimento. Mentre altra gente si faceva dono di un telefono nuovo. Ecco. Noi siamo questi qui. Capaci di commuoverci e di gesti belli. E di spaccare la vetrata di un negozio per un oggetto dall'obsolescenza programmata. E che quindi ci porterà tra un anno di nuovo davanti ad un'altra vetrata. In coda in una fila. In fila come vacche alla mungitura. Ma bisogna esser folli a mettere nello stesso post il sogno realizzato a meno di cento euro e l'etereo di esser vicini ad una famiglia anche davanti ad un teleschermo, nel nulla di una pista. Bisogna esser folli o amareggiati. Che allora, forse, non è tutto perduto se la nota stonata ancora disturba.

domenica 23 ottobre 2011

Le tasche grandi del cameriere..


Cade l’acqua. E una città si ferma. Ma non una città che si può fermare. Solo che si ferma lo stesso. Perché? Già, perché? Per tanti motivi e tutto sommato al cittadino viene chiesta una ragionevolezza ed una capacità di ascolto che quasi mai si trova quando è lui a chiederne. Quando è lui a chiedere comprensione. Allora ci si domanda perché mai uno dovrebbe fermarsi a comprendere di 74 millimetri di pioggia caduti in un’ora. Perché ci si dovrebbe tranquillizzare pensando che con i mezzi a disposizione è stato fatto il possibile. Che si tratta dell’eredità delle passate gestioni. Perché uno non si dovrebbe chiedere il motivo di centinaia di sponsorizzazioni e patrocini, invece di poche ma significative politiche socio-ambientali. Anche poche ma continue. Anche spendendo 1 euro se se ne hanno ha 2. Ma spendendo questo benedetto euro ogni mese e ogni anno per una pulizia degli argini, una auto ambulanza, una manutenzione periodica in più, un sistema di allerta, un quel che vi pare.. ma che si veda. E soprattutto che quando serve ci sia. Ci sia. E ci sia consentito, per una volta, da cittadini di sbattere i pugni. Di tapparsi le orecchie. Ed in paese guidato da imprenditori di farlo una volta tanto anche noi, e di non voler sentire ragioni ma fatti. Di non volere scuse, ma gente che da domani debba mandare il proprio curriculum in giro. E invece no. Fino alla prossima pioggia. Sarà folle ma pensavo che alla base dello scegliere di vivere insieme, di rinunciare ciascuno a qualcosa, ci fosse poi la convenienza, il beneficio, anche l’orgoglio, di stare meglio tutti. Sarà folle ma pensavo che chi di mestiere (attenzione, retribuito) dovesse almeno provarci a rendere questo possibile, pagasse in caso di fallimento. Invece si paga, se si paga, solo una volta ogni quattro anni e se il cameriere ha abbastanza memoria e tasche così capienti da conservare gli scontrini. Ottimo ristorante per il gestore, ma destinato al fallimento.  

L'onestà e la povera gente..


In verità tutti i giorni ci è data la possibilità di essere migliori. In verità questa possibilità non sempre è ai più visibile. Ma quelli che la vedono secondo me dovrebbero sfruttarla. Anche solo per non comportarsi come il gregge.  Anche solo per farsi correre dietro dal cane pastore. Alle volte capita di avere la possibilità di fare cose, di tenere comportamenti onesti, semplicemente corretti, in un mondo in cui troppi non lo farebbero. In cui i più non lo farebbero. In un mondo in cui in cui quelli che non vi sono per loro natura portati spesso sono scesi a compromessi fino a formulare pensieri tipo “ma chi me lo fa fare?” “ e poi non fanno tutti così?”. Si badi che pensieri di questo tipo sono certo umani e ci stanno tutti . Ma se puoi non averli o peggio ti costringi a pensarli allora il problema c’è eccome. C’è perchè allora tu non sei così ed il mondo intorno a te seppur così non è detto che sia il migliore possibile, o che non si possa cambiare. Anche solo cambiare il tuo di mondo. Anche solo cambiare tu. E penso a quelli che trovano borse di soldi e li consegnano al proprietario. Penso a quelli che si sbattono per far quadrare i conti su una dichiarazione dei redditi. Vera. Penso a quelli che si alzano alle sei per essere puntuali a lavoro perché mio padre faceva così e mio nonno faceva così e non erano le persone peggiori del mondo. E non mi convincerete mai che erano le più fregnone. Penso che alla fine vai di là e ti guardi il figlio, la figlia, il cane o la pianta e gli vuoi regalare il ricordo di una persona migliore di tanti, troppi, altri. E la cosa che ti brucia dentro, e ti fa mangiare in testa a tutto ‘sto mondo de furbi, è proprio il pensiero, la consapevolezza, che quanto si starebbe bene se tutti o anche solo la maggioranza la pensasse così. O avesse il coraggio di comportarsi come la pensa. Difficile credere che un paese repressivo sia un bel paese. Difficile credere che lo sia soprattutto un paese che sceglie di esserlo lì, e solo lì, dove è più facile. Dove la povera gente non ha i mezzi o la conoscenza per poter opporsi. Dove a volte si paga perché qualunque altra strada sarebbe più costosa. Difficile non pensare che questo sia fino a che uno può produrre e pagare, dopo di che si passa ad altro. Dopo di che finisci nell’ombra dove a nessuno importa di te. Se non agli altri che nell’ombra già vi erano. E a quelli che non hanno mai pagato, ricchi premi e cotillons. E a quelli che ancora posson pagare, veline e calcio a volontà. Si può e si dovrebbe  riflettere però sul fatto che spesso, molto spesso, proprio quella spinta ad esser migliori, quella importanza data a valori fondanti per la nostra cultura, alla fine si ritrovano dove il sole non batte più da tempo. Che l’onesta alla fine abbia deciso che tra la povera gente in fondo si stia meglio?  

martedì 11 ottobre 2011

Un tram che si chiama desiderio..

Esterno giorno. Le due del pomeriggio. Su di un tram a Roma. ma potrebbe essere Milano o Napoli, che tanto per quello che siamo diventati è uguale. Cambierebbe il dialetto. Ma il volume sarebbe lo stesso. il volume di una conversazione tra tre persone tre. Maschi adulti caucasici, genere impiegatizio in pausa pranzo. Argomento: trasmissione televisiva della sera precedente. Sotto-argomento: quote latte, mucche fittizie, pomodori sottopagati. Di quelle cose che dopo che te le sbattono in faccia come minimo passi un paio di ore a cercare una spiegazione del perchè ancora vivi in questo paese e le successive due a convircerti della panzana che ti sei appena confezionato. Quindi da un punto di vista umano una cosa condivisibile, che anzi accomunerebbe, che alla peggio ti farebbe esclamare "quanto siamo fregnoni?". Ma che i tre per inspiegabile motivo scelgono di trattare a bassa voce. A bassissima voce. Con pudore, o peggio vergogna, di un raro momento di lucidità. Di indignazione (che al momento di scrivere va tanto di moda). Guardandosi attorno, che casomai gli altri si accorgessero che hanno cominciato a pensare. Che tra loro per un attimo sia apparso lo spirito critico insieme alla sua amica coscienza. Ed i pochi altri, me compreso, che hanno assistito alla scena, lì a scrutarli con una sorta di distacco superiore. Come quelli di quinta elementare guardano quelli di prima al loro primo giorno di scuola. Ecco. Non è che sognassi un tram rivoluzionario di gente che condivideva il proprio schifo per come stiamo mandando in vacca un paese bellissimo che gente è morta per rendere tale. Non speravo tanto. Ma un momento di "c'hai proprio ragione..", di "ma allora che possiamo fare?", e soprattutto senza nessuno che dicesse "tanto le cose vanno sempre così" oppure "si sa che rubano tutti".. Ecco una cosa del genere. Anche solo la presa di coscenza da parte di quelle trenta persone di quanto sia ridicolo dire sottovoce " aiuto, mi stanno derubando!", di quanto renda inutili gli sforzi passati non esprimere ad alta voce il proprio parere. Non che sognassi un Centro Sociale Mobile Laboratorio Intellettuale, ma almeno la presa di coscenza, o quello sguardo complice a testimoniare che almeno la prossima volta che entriamo nell'urna cercheremo di non farci fregare. Almeno lo sguardo complice di chi poi se lo ricorda. Che se non se lo ricorda almeno se lo scrive. Che almeno lo racconta e cazzo, lo condivide. Ecco. Io sono un sognatore, ma quando il tram ha aperto le porte e silenziosi siamo usciti mi è sembrato proprio che non siamo ancora arrabbiati abbastanza per renderci conto di quanto stiamo calpestando le nostre coscenze e le nostre libertà. Anche solo di pensare e di parlare. Di quanto siamo anestetizzati dalla sveglia colazione vestirsi lavoro caffè altro lavoro spesa casa film letto sveglia. Ma almeno la terapia (il programma televisivo) -seppur placebo- ha sortito un effetto -seppur lieve. L'organismo reagisce.

giovedì 6 ottobre 2011

Si rappresenta che..

..in caso di mancato riscontro..si darà avvio.. Finisce così, ma tanta è l'arroganza che mi aspettavo fosse l'inizio. E sempre più spesso le lettere che una volta erano momento di festa (grazie a Dio sono riuscito a vivere qualche anno quando questo avveniva!) ora sono momento di tensione e di apprensione. Quasi a sospirare quando quella buca in ombra resta tale, resta scura, senza carta bianca (o peggio verde) a restituire alle nostre iridi la certezza che qualcuno ci ha sorteggiati, attenzionati; in definitiva si è interessato a noi quando noi non a lui. L'arroganza in cui una lettera ti chiede di collaborare, ma si badi se questo non avviene.. E allora io mi chiedo come non sia chiaro a tutti la volontà di raschiare lì dove si è sempre grattato e prima ancora scavato. Come non sia chiaro a tutti che poi è un cane che si morde la coda, con lo strozzato che si agita e così facendo prolunga la sua agonia e da subito il suo dolore. Da subito il suo dolore. Che diventa tensione rabbia frustrazione. e poi l'agonia di non vedere via di uscita. E non vederla perchè c'è ma è nascosta dietro una coltre prima di socialità, poi di aspettativa, poi di falsi miti e bisogni, poi di vergogna perchè proprio non ci si arriva, poi di finto orgoglio di essere diversi a non "volerci arrivare"...ma ormai è tardi. Nel frattempo troppi tentativi si sono fatti per sopravvivere secondo regole che non sono fatte per questo. Sono fatte per mantenere le pile in buona salute. Un pò come il levarle dalla torcia quando questa non si usa. Ma prima o poi finiscono. Prima o poi la corda stringe. Certe lettere sono la pelle che si lacera per via della corda che stringe. Certe lettere al massimo, ora e qui, ti permettono solo di obbedire. Ora e qui. O meglio Noi. Perchè Ora e Qui siamo Noi. E allora mi viene in mente che dietro la carta stampa codarda c'è qualcuno che vede un metro dal suo naso. O che gli han detto di vedere così. Ma a Noi nessuno ci vieta di guardare lontano. Quando i trucchi saranno finiti, quando la musica sarà finita. Quando il mago smetterà i panni di scena, riporrà il cappello a cilindro e tornerà tra Noi. Noi allora ricorderemo. E quando l'imbonitore alla frutta vorrà vendere ancora, Noi ricorderemo. Quando l'ultimo modello di telefonino ci permetterà anche di guidare l'auto del vicino con un sms, Noi ricorderemo. E magari prenderemo carta e penna (Noi, la penna!) e scriveremo ad un amico. Un pò come quelli che hanno fatto la guerra, si ricordano delle bombe e mangiano poco. Ma mio nonno mi ha regalato bellissimi racconti e bellissimi momenti. A me. Non a Loro.

mercoledì 5 ottobre 2011

Che l'acqua poi..

Ieri. Ieri il mondo girava al contrario come spesso ultimamente accade. I buoni erano i cattivi. Quelli che lavorano erano quelli che potevano dare di più. Quelli che si nascondono trale pieghe delle grigi professioni erano quelli che ne uscivano periodicamente per bearsi del sole della Gloria.  Ai primi restavano solo magre consolazioni auto-indotte e auto-vendute al solo scopo di rendere possibile (si badi, non sopportabile) la lenta discesa verso il giorno dopo. Poi viene Oggi. Oggi porta la resa dei conti. Quando poi la storia, il calcolo dellle probabilità (ammesso che esista),  In generale la Vita ti porta il totale dovuto. Ti porta il peso degli errori fatti e che nessuno dei tanti, troppi (ma quanti ce ne sono?) amici opportunisti ti aiuterà a sostenere. Ti porta la rapidità e la durezza, perchè al sole della gloria si tende a farsi sopraffare da una tiepida sonnolenza. Sembrerebbe il riscatto. Ma nel frattempo danni sono stati fatti, ruote sono state mosse e dadi sono stati tirati. E come se ognuno di questi atti porti con sè il delitto dei pochi sui molti, anche questi non regaleranno la Felicità. Non regaleranno il sorriso. Inutile chiedere a una vipera di non mordere, così come chiedere ad uno sfruttato di non portare rancore. Ma non siamo vipere. Tutto sommato abbiamo vite, almeno in potenza, certamente più interessanti. E tra i vari momenti di una giornata di guano si può nascondere un sorriso di uno che in quel momento proprio non ci stava a far parte di un ingranaggio di "do ut des", di fai un passo tu perchè poi lo faccio io. Il sorriso di uno che esce di casa solo con la voglia di donare. E sono quelle persone che poi ti chiedi se invece di stare sul bordo del torrente ad aspettare che passi il cadavere del tuo nemico non valga invece la pena di tuffarcisi dentro. Che l'acqua poi non era così fredda. Che la gente non è poi così brutta.

lunedì 26 settembre 2011

Il Vento..

Quando succede che cambia il vento? Quando succede che quella che era una fievole luce diventa la notte che ormai è tardi? Quella che sei troppo lontano da casa? Quando accade che quelle che erano le tue caratteristiche, le cose che ti facevano migliore, diverso, diventano difetti? Quando una peculiarità diventa difetto? Il cambiamento si può certo pensare avvenga nell'occhio di chi guarda. Lo spettatore. Ma lo spettatore, l'uomo, non è repentino nel cambio di umore. E' graduale, progressivo. Allora il cambiamento, la genesi del difetto, è prima. Prima dell'evento. Prima. L'uomo è come nave; difficile da far partire e lenta a fermarsi. Lenta a mutare direzione. Cosa allora condiziona l'occhio altrui, dello spettatore. Forse allora l'umore. Quell'aria, quell'ambiente in cui avvengono i fatti e nascono le sensazioni. Che forse se non favorevole, se non sorridente, genera mostri. Forse è lì la madre del difetto. Quanti errori allora si coprono, si celano, del manto del sorriso.. e quanti invece sono tristemente illuminati scivolando scoperti lungo la collina del pregiudizio, dell' "ormai tanto lo so", del "vedi?". Il padre certo siamo noi. Sono io. Sei tu.

martedì 6 settembre 2011

Domande..

C'è da farsi delle domande. C'è da chiedersi se forse non ci siano troppe recinzioni. Se quello che è dentro debba per forza esser migliore di quello che resta fuori. C'è da chiedersi se poi queste recinzioni basteranno. Inoltre mi interrogherei sulle regole e la loro applicazione. Se non sia più efficace un sistema che faccia perno sulla cultura. Se non sia strada più premiante quella che passa per la scuola e l'insegnamento. Se non sia più efficace "scegliere" di non infrangere piuttosto che "temere" di farlo. Inoltre mi interrogherei se non sia arrivato il momento di vedere che non siamo pile alla Matrix, utili solo per produrre ed alimentare, ma anche esseri senzienti e dotati di spirito critico. Come quella madre che davanti a una bottiglietta da 50 cl di acqua a 2 euro sceglie e chiede alla figlia se può resistere fino alla fontanella o fino a casa. E lo fa davanti all'ambulante. Tra l'ammirazione dei passanti. Passanti, non pile. Lo fa davanti all'ambulante.. che nell'epoca del boom economico (drogato), di soltanto pochi anni fa, era vergogna.. che non ti far vedere che ti porti il panino da casa.. Semplicemente non abbiamo bisogno di un cellulare nuovo ogni anno. Non abbiamo bisogno di arrivare con l'auto fin sotto al cinema. Non abbiamo bisogno di acqua ghiacciata - che poi riscaldiamo, che fa male. Forse invece abbiano bisogno di fare un passo indietro e riconsiderare. Ma farlo scegliendo di farlo, e non perchè costretti da crisi o eventi. Perchè lì sarebbe la crescita - checchè se ne dica.