giovedì 27 ottobre 2011

L'aggregazione spontanea..

Si potrebbe dire che c'è stupore. Ma così non è. Inutile tirare in ballo anche l'amarezza che da un bel po' ha smesso di dare un tono agre ma se non altro vivo a queste notizie tristi. E di notizia triste si tratta, questo è certo. C'è solo da incupirsi al pensiero della mezz'ora di ritardo a lavoro causata oggi dal desiderio importante di avere una lavatrice a meno di cento euro. Ma poi in fondo come non esser vicini (anche un po' invidiosi) a chi riesce a spuntare l'affarone per il sogno tecnologico da tanto agognato? Quel portatile che non si poteva proprio vivere senza, o l'ennesima macchina fotografica digitale che magari manco quella del telefonino sfruttiamo al meglio delle sue potenzialità. Certo che ottomila persone sono proprio tante! Che bel rito collettivo! Che meravigliosa aggregazione spontanea! E pensare che l'hanno anche definita imprevedibile. Che una coda di così tanta gente già alle cinque del mattino proprio due domande due non te le fa nascere in testa.. O forse il fatto che alcuni si erano dotati di sacco a pelo ha fatto nascere il sospetto che si trattasse di “indignados”? Forse è stato proprio quello.. che tanta era la paura di una pacifica invasione contestatrice che non si è dato il giusto peso al legittimo desiderio del telefonino nuovo. Al suo magnetico potere simbolico. Al suo infinito valore intrinseco (qualcuno ricorderà Guzzanti e l'aborigeno australiano). Che non si sia pensato poi che se uno dorme dalle cinque davanti ad un negozio, difficile che poi prenda le sue cose e vada a casa quando questo sta per aprire i battenti. Ma questa è la leggerezza e la follia dell'animo umano che tutto vede e nulla comprende. Certo ottomila sono proprio tante persone.. Almeno ottomila desideri che a questo punto spero siano stati soddisfatti. Ottomila sono circa un sesto di quelli che erano in un piccolo paesino del Riminese a rendere omaggio a uno che io manco conoscevo ma mi sembra proprio fosse una bella persona. Ma quel che colpisce sono quelli che non potendo entrare in quel piccolo paesino (dove, pensa tu, si erano pure organizzati!) per non creare problemi ma esser comunque vicini alla famiglia hanno deciso di salutare il loro eroe in un autodromo. Lontani ma vicini. Gente che magari si son presi il loro bel giorno di ferie e han portato in dono un sentimento. Mentre altra gente si faceva dono di un telefono nuovo. Ecco. Noi siamo questi qui. Capaci di commuoverci e di gesti belli. E di spaccare la vetrata di un negozio per un oggetto dall'obsolescenza programmata. E che quindi ci porterà tra un anno di nuovo davanti ad un'altra vetrata. In coda in una fila. In fila come vacche alla mungitura. Ma bisogna esser folli a mettere nello stesso post il sogno realizzato a meno di cento euro e l'etereo di esser vicini ad una famiglia anche davanti ad un teleschermo, nel nulla di una pista. Bisogna esser folli o amareggiati. Che allora, forse, non è tutto perduto se la nota stonata ancora disturba.

domenica 23 ottobre 2011

Le tasche grandi del cameriere..


Cade l’acqua. E una città si ferma. Ma non una città che si può fermare. Solo che si ferma lo stesso. Perché? Già, perché? Per tanti motivi e tutto sommato al cittadino viene chiesta una ragionevolezza ed una capacità di ascolto che quasi mai si trova quando è lui a chiederne. Quando è lui a chiedere comprensione. Allora ci si domanda perché mai uno dovrebbe fermarsi a comprendere di 74 millimetri di pioggia caduti in un’ora. Perché ci si dovrebbe tranquillizzare pensando che con i mezzi a disposizione è stato fatto il possibile. Che si tratta dell’eredità delle passate gestioni. Perché uno non si dovrebbe chiedere il motivo di centinaia di sponsorizzazioni e patrocini, invece di poche ma significative politiche socio-ambientali. Anche poche ma continue. Anche spendendo 1 euro se se ne hanno ha 2. Ma spendendo questo benedetto euro ogni mese e ogni anno per una pulizia degli argini, una auto ambulanza, una manutenzione periodica in più, un sistema di allerta, un quel che vi pare.. ma che si veda. E soprattutto che quando serve ci sia. Ci sia. E ci sia consentito, per una volta, da cittadini di sbattere i pugni. Di tapparsi le orecchie. Ed in paese guidato da imprenditori di farlo una volta tanto anche noi, e di non voler sentire ragioni ma fatti. Di non volere scuse, ma gente che da domani debba mandare il proprio curriculum in giro. E invece no. Fino alla prossima pioggia. Sarà folle ma pensavo che alla base dello scegliere di vivere insieme, di rinunciare ciascuno a qualcosa, ci fosse poi la convenienza, il beneficio, anche l’orgoglio, di stare meglio tutti. Sarà folle ma pensavo che chi di mestiere (attenzione, retribuito) dovesse almeno provarci a rendere questo possibile, pagasse in caso di fallimento. Invece si paga, se si paga, solo una volta ogni quattro anni e se il cameriere ha abbastanza memoria e tasche così capienti da conservare gli scontrini. Ottimo ristorante per il gestore, ma destinato al fallimento.  

L'onestà e la povera gente..


In verità tutti i giorni ci è data la possibilità di essere migliori. In verità questa possibilità non sempre è ai più visibile. Ma quelli che la vedono secondo me dovrebbero sfruttarla. Anche solo per non comportarsi come il gregge.  Anche solo per farsi correre dietro dal cane pastore. Alle volte capita di avere la possibilità di fare cose, di tenere comportamenti onesti, semplicemente corretti, in un mondo in cui troppi non lo farebbero. In cui i più non lo farebbero. In un mondo in cui in cui quelli che non vi sono per loro natura portati spesso sono scesi a compromessi fino a formulare pensieri tipo “ma chi me lo fa fare?” “ e poi non fanno tutti così?”. Si badi che pensieri di questo tipo sono certo umani e ci stanno tutti . Ma se puoi non averli o peggio ti costringi a pensarli allora il problema c’è eccome. C’è perchè allora tu non sei così ed il mondo intorno a te seppur così non è detto che sia il migliore possibile, o che non si possa cambiare. Anche solo cambiare il tuo di mondo. Anche solo cambiare tu. E penso a quelli che trovano borse di soldi e li consegnano al proprietario. Penso a quelli che si sbattono per far quadrare i conti su una dichiarazione dei redditi. Vera. Penso a quelli che si alzano alle sei per essere puntuali a lavoro perché mio padre faceva così e mio nonno faceva così e non erano le persone peggiori del mondo. E non mi convincerete mai che erano le più fregnone. Penso che alla fine vai di là e ti guardi il figlio, la figlia, il cane o la pianta e gli vuoi regalare il ricordo di una persona migliore di tanti, troppi, altri. E la cosa che ti brucia dentro, e ti fa mangiare in testa a tutto ‘sto mondo de furbi, è proprio il pensiero, la consapevolezza, che quanto si starebbe bene se tutti o anche solo la maggioranza la pensasse così. O avesse il coraggio di comportarsi come la pensa. Difficile credere che un paese repressivo sia un bel paese. Difficile credere che lo sia soprattutto un paese che sceglie di esserlo lì, e solo lì, dove è più facile. Dove la povera gente non ha i mezzi o la conoscenza per poter opporsi. Dove a volte si paga perché qualunque altra strada sarebbe più costosa. Difficile non pensare che questo sia fino a che uno può produrre e pagare, dopo di che si passa ad altro. Dopo di che finisci nell’ombra dove a nessuno importa di te. Se non agli altri che nell’ombra già vi erano. E a quelli che non hanno mai pagato, ricchi premi e cotillons. E a quelli che ancora posson pagare, veline e calcio a volontà. Si può e si dovrebbe  riflettere però sul fatto che spesso, molto spesso, proprio quella spinta ad esser migliori, quella importanza data a valori fondanti per la nostra cultura, alla fine si ritrovano dove il sole non batte più da tempo. Che l’onesta alla fine abbia deciso che tra la povera gente in fondo si stia meglio?  

martedì 11 ottobre 2011

Un tram che si chiama desiderio..

Esterno giorno. Le due del pomeriggio. Su di un tram a Roma. ma potrebbe essere Milano o Napoli, che tanto per quello che siamo diventati è uguale. Cambierebbe il dialetto. Ma il volume sarebbe lo stesso. il volume di una conversazione tra tre persone tre. Maschi adulti caucasici, genere impiegatizio in pausa pranzo. Argomento: trasmissione televisiva della sera precedente. Sotto-argomento: quote latte, mucche fittizie, pomodori sottopagati. Di quelle cose che dopo che te le sbattono in faccia come minimo passi un paio di ore a cercare una spiegazione del perchè ancora vivi in questo paese e le successive due a convircerti della panzana che ti sei appena confezionato. Quindi da un punto di vista umano una cosa condivisibile, che anzi accomunerebbe, che alla peggio ti farebbe esclamare "quanto siamo fregnoni?". Ma che i tre per inspiegabile motivo scelgono di trattare a bassa voce. A bassissima voce. Con pudore, o peggio vergogna, di un raro momento di lucidità. Di indignazione (che al momento di scrivere va tanto di moda). Guardandosi attorno, che casomai gli altri si accorgessero che hanno cominciato a pensare. Che tra loro per un attimo sia apparso lo spirito critico insieme alla sua amica coscienza. Ed i pochi altri, me compreso, che hanno assistito alla scena, lì a scrutarli con una sorta di distacco superiore. Come quelli di quinta elementare guardano quelli di prima al loro primo giorno di scuola. Ecco. Non è che sognassi un tram rivoluzionario di gente che condivideva il proprio schifo per come stiamo mandando in vacca un paese bellissimo che gente è morta per rendere tale. Non speravo tanto. Ma un momento di "c'hai proprio ragione..", di "ma allora che possiamo fare?", e soprattutto senza nessuno che dicesse "tanto le cose vanno sempre così" oppure "si sa che rubano tutti".. Ecco una cosa del genere. Anche solo la presa di coscenza da parte di quelle trenta persone di quanto sia ridicolo dire sottovoce " aiuto, mi stanno derubando!", di quanto renda inutili gli sforzi passati non esprimere ad alta voce il proprio parere. Non che sognassi un Centro Sociale Mobile Laboratorio Intellettuale, ma almeno la presa di coscenza, o quello sguardo complice a testimoniare che almeno la prossima volta che entriamo nell'urna cercheremo di non farci fregare. Almeno lo sguardo complice di chi poi se lo ricorda. Che se non se lo ricorda almeno se lo scrive. Che almeno lo racconta e cazzo, lo condivide. Ecco. Io sono un sognatore, ma quando il tram ha aperto le porte e silenziosi siamo usciti mi è sembrato proprio che non siamo ancora arrabbiati abbastanza per renderci conto di quanto stiamo calpestando le nostre coscenze e le nostre libertà. Anche solo di pensare e di parlare. Di quanto siamo anestetizzati dalla sveglia colazione vestirsi lavoro caffè altro lavoro spesa casa film letto sveglia. Ma almeno la terapia (il programma televisivo) -seppur placebo- ha sortito un effetto -seppur lieve. L'organismo reagisce.

giovedì 6 ottobre 2011

Si rappresenta che..

..in caso di mancato riscontro..si darà avvio.. Finisce così, ma tanta è l'arroganza che mi aspettavo fosse l'inizio. E sempre più spesso le lettere che una volta erano momento di festa (grazie a Dio sono riuscito a vivere qualche anno quando questo avveniva!) ora sono momento di tensione e di apprensione. Quasi a sospirare quando quella buca in ombra resta tale, resta scura, senza carta bianca (o peggio verde) a restituire alle nostre iridi la certezza che qualcuno ci ha sorteggiati, attenzionati; in definitiva si è interessato a noi quando noi non a lui. L'arroganza in cui una lettera ti chiede di collaborare, ma si badi se questo non avviene.. E allora io mi chiedo come non sia chiaro a tutti la volontà di raschiare lì dove si è sempre grattato e prima ancora scavato. Come non sia chiaro a tutti che poi è un cane che si morde la coda, con lo strozzato che si agita e così facendo prolunga la sua agonia e da subito il suo dolore. Da subito il suo dolore. Che diventa tensione rabbia frustrazione. e poi l'agonia di non vedere via di uscita. E non vederla perchè c'è ma è nascosta dietro una coltre prima di socialità, poi di aspettativa, poi di falsi miti e bisogni, poi di vergogna perchè proprio non ci si arriva, poi di finto orgoglio di essere diversi a non "volerci arrivare"...ma ormai è tardi. Nel frattempo troppi tentativi si sono fatti per sopravvivere secondo regole che non sono fatte per questo. Sono fatte per mantenere le pile in buona salute. Un pò come il levarle dalla torcia quando questa non si usa. Ma prima o poi finiscono. Prima o poi la corda stringe. Certe lettere sono la pelle che si lacera per via della corda che stringe. Certe lettere al massimo, ora e qui, ti permettono solo di obbedire. Ora e qui. O meglio Noi. Perchè Ora e Qui siamo Noi. E allora mi viene in mente che dietro la carta stampa codarda c'è qualcuno che vede un metro dal suo naso. O che gli han detto di vedere così. Ma a Noi nessuno ci vieta di guardare lontano. Quando i trucchi saranno finiti, quando la musica sarà finita. Quando il mago smetterà i panni di scena, riporrà il cappello a cilindro e tornerà tra Noi. Noi allora ricorderemo. E quando l'imbonitore alla frutta vorrà vendere ancora, Noi ricorderemo. Quando l'ultimo modello di telefonino ci permetterà anche di guidare l'auto del vicino con un sms, Noi ricorderemo. E magari prenderemo carta e penna (Noi, la penna!) e scriveremo ad un amico. Un pò come quelli che hanno fatto la guerra, si ricordano delle bombe e mangiano poco. Ma mio nonno mi ha regalato bellissimi racconti e bellissimi momenti. A me. Non a Loro.

mercoledì 5 ottobre 2011

Che l'acqua poi..

Ieri. Ieri il mondo girava al contrario come spesso ultimamente accade. I buoni erano i cattivi. Quelli che lavorano erano quelli che potevano dare di più. Quelli che si nascondono trale pieghe delle grigi professioni erano quelli che ne uscivano periodicamente per bearsi del sole della Gloria.  Ai primi restavano solo magre consolazioni auto-indotte e auto-vendute al solo scopo di rendere possibile (si badi, non sopportabile) la lenta discesa verso il giorno dopo. Poi viene Oggi. Oggi porta la resa dei conti. Quando poi la storia, il calcolo dellle probabilità (ammesso che esista),  In generale la Vita ti porta il totale dovuto. Ti porta il peso degli errori fatti e che nessuno dei tanti, troppi (ma quanti ce ne sono?) amici opportunisti ti aiuterà a sostenere. Ti porta la rapidità e la durezza, perchè al sole della gloria si tende a farsi sopraffare da una tiepida sonnolenza. Sembrerebbe il riscatto. Ma nel frattempo danni sono stati fatti, ruote sono state mosse e dadi sono stati tirati. E come se ognuno di questi atti porti con sè il delitto dei pochi sui molti, anche questi non regaleranno la Felicità. Non regaleranno il sorriso. Inutile chiedere a una vipera di non mordere, così come chiedere ad uno sfruttato di non portare rancore. Ma non siamo vipere. Tutto sommato abbiamo vite, almeno in potenza, certamente più interessanti. E tra i vari momenti di una giornata di guano si può nascondere un sorriso di uno che in quel momento proprio non ci stava a far parte di un ingranaggio di "do ut des", di fai un passo tu perchè poi lo faccio io. Il sorriso di uno che esce di casa solo con la voglia di donare. E sono quelle persone che poi ti chiedi se invece di stare sul bordo del torrente ad aspettare che passi il cadavere del tuo nemico non valga invece la pena di tuffarcisi dentro. Che l'acqua poi non era così fredda. Che la gente non è poi così brutta.