martedì 11 ottobre 2011

Un tram che si chiama desiderio..

Esterno giorno. Le due del pomeriggio. Su di un tram a Roma. ma potrebbe essere Milano o Napoli, che tanto per quello che siamo diventati è uguale. Cambierebbe il dialetto. Ma il volume sarebbe lo stesso. il volume di una conversazione tra tre persone tre. Maschi adulti caucasici, genere impiegatizio in pausa pranzo. Argomento: trasmissione televisiva della sera precedente. Sotto-argomento: quote latte, mucche fittizie, pomodori sottopagati. Di quelle cose che dopo che te le sbattono in faccia come minimo passi un paio di ore a cercare una spiegazione del perchè ancora vivi in questo paese e le successive due a convircerti della panzana che ti sei appena confezionato. Quindi da un punto di vista umano una cosa condivisibile, che anzi accomunerebbe, che alla peggio ti farebbe esclamare "quanto siamo fregnoni?". Ma che i tre per inspiegabile motivo scelgono di trattare a bassa voce. A bassissima voce. Con pudore, o peggio vergogna, di un raro momento di lucidità. Di indignazione (che al momento di scrivere va tanto di moda). Guardandosi attorno, che casomai gli altri si accorgessero che hanno cominciato a pensare. Che tra loro per un attimo sia apparso lo spirito critico insieme alla sua amica coscienza. Ed i pochi altri, me compreso, che hanno assistito alla scena, lì a scrutarli con una sorta di distacco superiore. Come quelli di quinta elementare guardano quelli di prima al loro primo giorno di scuola. Ecco. Non è che sognassi un tram rivoluzionario di gente che condivideva il proprio schifo per come stiamo mandando in vacca un paese bellissimo che gente è morta per rendere tale. Non speravo tanto. Ma un momento di "c'hai proprio ragione..", di "ma allora che possiamo fare?", e soprattutto senza nessuno che dicesse "tanto le cose vanno sempre così" oppure "si sa che rubano tutti".. Ecco una cosa del genere. Anche solo la presa di coscenza da parte di quelle trenta persone di quanto sia ridicolo dire sottovoce " aiuto, mi stanno derubando!", di quanto renda inutili gli sforzi passati non esprimere ad alta voce il proprio parere. Non che sognassi un Centro Sociale Mobile Laboratorio Intellettuale, ma almeno la presa di coscenza, o quello sguardo complice a testimoniare che almeno la prossima volta che entriamo nell'urna cercheremo di non farci fregare. Almeno lo sguardo complice di chi poi se lo ricorda. Che se non se lo ricorda almeno se lo scrive. Che almeno lo racconta e cazzo, lo condivide. Ecco. Io sono un sognatore, ma quando il tram ha aperto le porte e silenziosi siamo usciti mi è sembrato proprio che non siamo ancora arrabbiati abbastanza per renderci conto di quanto stiamo calpestando le nostre coscenze e le nostre libertà. Anche solo di pensare e di parlare. Di quanto siamo anestetizzati dalla sveglia colazione vestirsi lavoro caffè altro lavoro spesa casa film letto sveglia. Ma almeno la terapia (il programma televisivo) -seppur placebo- ha sortito un effetto -seppur lieve. L'organismo reagisce.

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