mercoledì 13 novembre 2013

La parola che cerco..

Il post politicamente non corretto. Mi arrovello da giorni su quale sia alla fine il modo giusto di rapportarsi con le mille piccole e grandi schifezze che mi - ci -  passano accanto tutti i giorni. A partire da quello che non fa il biglietto del treno e mi passa accanto con aria di sfida. Nei miei confronti e nei confronti del mio abbonamento mensile, che pago per me e per lui.. ma soprattutto per lui. Lui che si erge a simbolo di una rivoluzione contro il Sistema, che manco sa come si scrive Sistema, che se un domani dovesse lanciare un sasso contro un regime si cagherebbe sotto o sarebbe il primo a trovarvi un tornaconto. Esattamente come lo trova ora, saltando il tornello, alla fine del mese con trenta sporchi euro in più in saccoccia. Fino ad arrivare al collega che pavido e forte nel suo bel ruolo costituito, studiato e ritagliato ad hoc, che se deve far valere una ragione che non sia quella della sua piccola carriera semplicemente scompare di fronte ad un altro esattamente come lui. Esattamente sopra di lui. Accanto a lui. Accomunati nel loro piccolo piccolo destino, segnato per i prossimi venti o trenta anni di scrivanie e piaghe da decubito. Ma ci sono mille casi e mille casi. Il ladro che ruba ai bambini i libri e lo schifoso agli adolescenti il sognare. Il sorridere. Quello che passa col rosso e quello che parcheggia sfrontato. Che tanto lui i soldi per pagare la multa ce li ha. Quello che la multa manco la paga perché lui invece ha l'avvocato che la butta in caciara, e tanto alla fine pure la legge si stufa. Quello che dopo che hai fatto la tua bella fila ti irride dicendoti che non ce ne era bisogno, che tu a rispettare quelle che sono le regole di civile convivenza sei un problema, che poi allora fa bene chi si lamenta che le cose non funzionano.
Le cose non funzionano.
E ci penso su quale sia il modo giusto. 
Quello che non sfoghi nella reazione non congrua, non socialmente accettata. Quale sia il modo giusto che non ti faccia passare dalla parte del torto. E alla fine penso di averlo trovato. Un modo che sia personale ma condiviso all'occorrenza. Forse c'è una parola che sintetizza questo modo di reagire a tanta bruttura. La parola che cerco è disprezzo. Una critica feroce ma allo stesso tempo silenziosa. Un astio allo stesso tempo intimo e visibile nella misura in cui il meschino può capire. Il disprezzo non celato di fronte alle persone piccole; come quello dentro un sguardo sostenuto, di disapprovazione, in mezzo a mille che piegano la testa. O sottinteso, grazie alla cassa di risonanza del proprio comportarsi. La scelta sistematica di non partecipare al genuflettersi e prostrarsi di fronte al potente signorotto di turno. La ferma opposizione ad ogni tipo di condivisione di tempo libero insieme alla triste di turno in attesa di future promozioni. 
Il disprezzo forte e portato dentro con orgoglio. 
Senza che lo stesso avveleni. 
Senza che lo stesso permetta di cambiare atteggiamento nei confronti dei molti che valgono. 
Anzi.
Che aiuti a distinguere e permetta di non dimenticare. Come la lunga scia di una cometa. Come il dolore sordo di una contusione. Il disprezzo di cui non vergognarsi, che non è nei confronti del singolo o del popolo o dell'etnia o della classe sociale. Troppo comodo e furbo farlo ricadere in un semplicistico razzista ragionamento. E' nei confronti del comportamento. E del pensiero sottostante. Non degno di un animale sociale quale l'uomo è.  
Il disprezzo nel palesarti che non mi avrai mai dalla tua parte. La parte furba della forza. La parte che vince, ma solo in un mondo di tuoi pari.
Il mondo che vorrebbe, pretenderebbe, una reazione magari più composta. Magari anche il mio agognare uno stato, un essere scaltro, una velocità di pensiero e riconoscimento del vantaggio, del tornaconto. 
Che non ho e non avrò.
Fattene una ragione.